Bookshifting

librovespa

Ieri, in una delle rare volte che riesco a seguire una trasmissione radiofonica in macchina, mi è capitato di ascoltare (Radio24) l’intervista ad un signore, di cui  però non ricordo il nome, di professione libraio e gestore dell”Aleph”, una libreria di Milano. Costui è rimbalzato nelle cronache dei blog (vedi1, vedi2), e successivamente anche dei media (Il gazzettino, Libero, ecc.), grazie ad un cartello originale esposto all’entrata della sua libreria e che recita “In questa libreria non vi vende il libro di Bruno Vespa“.

Un messaggio semplice ed inequivocabile nelle intenzioni, mi pare. Infatti la ragione di questa scelta, al contrario di quanto si legge sui commenti presenti nei blog, sta semplicemente nel voler manifestare il proprio e personale dissenso verso la contestabile scelta di Silvio Berlusconi di aver utilizzato l’ultima “fatica letteraria” di Bruno Vespa per rispondere alle famose 10 domande del quotidiano La Repubblica. (vedi) L’intento di questo signore mi è sembrato sincero e l’obiettivo concreto, tra l’altro condiviso in maniera naturale e spontanea anche dai suoi collaboratori. Veramente un bel gesto di responsabilità “politica”.

PS Nel corso dell’intervista l’intervistato stima inoltre che i mancati guadagni (non vendite) che ne sono derivati ammonterebbero ad oltre 1.000 euro….e non mi sembra cosa da poco.

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La briscola in cinque

Marco Malvaldi, scrittore al suo primo lavoro, costruisce la trama di questo giallo gradevole e ben fatto attorno ad alcuni elementi originali. Troviamo, in primo luogo, una simpatica combriccola di pensionati che, attraverso colorite espressioni tipiche dello humor toscano, supportano con chiacchere, discussioni e litigi il lavoro di un investigatore improvvisato, svogliato ma perspicace.

La briscola in cinque

L’investigatore improvvisato è il barista del BarLume, bar dell’immaginario paese di Pineta nei dintorni di Livorno, dove i simpatici vecchietti hanno stabilito fissa dimora. Condiscono il racconto variegati personaggi come il commissario di polizia presuntuoso e incompetente, i P.R. delle megadiscoteche del litorale, personalità di una società troppo ricca e annoiata.

Un libro piacevole, scorrevole e ben scritto. A tratti fa rivivere le ambientazioni della migliore Fred Vargas.

Hagakure (2° parte)

Inizio con una richiesta di clemenza a chi mi segue (io me la sono già concessa). La mia attenzione a questo blog, nell’ultimo periodo, è stata forse un po’ meno assidua. Ma tant’è, spero di recuperare il tempo perduto. Spesso mi dico (e in molti ci diciamo), almeno una volta al giorno, fai qualcosa per te, qualcosa che ti fa stare bene, qualcosa che ti migliora.

Non sempre ci riesco, ma spesso ci provo e continuerò a provarci, quotidianamente. Scrivere è una passione che ho scoperto da poco, leggere (e finire di leggere) un buon libro mi entusiasma.

Gioni fa, in condizioni abbastanza strane, ho finito di leggere questo libro di cui vi avevo già parlato in un post precedente (vedi). Libro decisamente entusiasmante e forse, azzardando un aggettivo un po’ forte, illuminante!

Riscrivo per voi, ma anche per me, alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito e sui quali dovremmo spendere qualche attimo a riflettere. Alcuni di questi brevi aforismi, se esercitati nella nostra spesso assurda vita e se riuscissimo ad afferrarne la loro ancora grande attualità, ci potrebbero  trasmettere una maggiore coscienza e serenità.

Io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso.

Il bene e il male degli antenati possono essere rivelati dalla condotta dei loro discendenti.

La vergogna e il pentimento sono come un boccale d’acqua capovolto. Un mio amico provò compassione dopo aver ascoltato la confessione di colui che gli aveva rubato l’ornamento della spada. Se si vuole rimediare ai propri errori, le loro tracce si cancellano rapidamente.

Un uomo sosteneva: “Io conosco la forma della ragione e dell’errore”. Quando qualcuno gli chiedeva chiarimenti a riguardo, egli rispondeva: “La ragione ha quattro angoli e non si muove neppure in una situazione estrema. L’errore è rotondo e, non distinguendo tra bene e male, tra giusto e sbagliato, si lascia rotolare ovunque da una parte all’altra”.

Le questioni più gravi vanno trattate con leggerezza. Quelle meno gravi vanno trattate con serietà.

Vi riporto infine una piccola chicca che ho scoperto leggendo questo libro. Chi ha visto il film “Il Gladiatore” ricorderà sicuramente una frase ad effetto che pronuncia il protagonista, Massimo Decimo Meridio: “Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità“. Ebbene, questa frase non va ascritta al pur bravo sceneggiatore del film ma bensì a Yamamoto Jinuemon, padre di Yamamoto Tsunetomo (l’ispiratore di Hagakure), vissuto in Giappone nel 1600! Questa errata citazione imperversa su internet……

Allegro ma non troppo

La vita, si sa, a volte ci offre gratificazioni, a volte è frustrante, spesso è solamente faticosa. Di frequente diventa però irritante quando il tuo percorso incrocia quello della stupidità, non solo delle persone, ma anche delle regole, dei comportamenti, dei pensieri, dei sentimenti.

Mi torna allora in mente che un modo per esorcizzare la stupidità era quello proposto, in un piccolo ma intelligente libro, da Carlo M. Cipolla. E’ uno storico dell’economia che, abbandonando per un momento i panni dello studioso, si tuffa nella vita reale che cerca di interpretare con gli strumenti che gli sono propri.

Ne esce un “divertissement” condito da una buona dose di intelligenza e arguzia. Da approfondire e condividere sono le cinque leggi fondamentali della stipidità umana che sono anche accompagnate da una trattazione “matematica” dei comportamenti umani e dei benefici che essi traggono per se stessi e per la società nel suo complesso. Facile, divertente e profondo.
Vi riporto le cinque leggi, ma vi invito a leggere e regalare questo libro (o almeno consultate la sua trattazione sintetica):

  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione.
  2. La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l’aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia.
  3. Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
  5. La persona stupida é il tipo di persona più pericolosa che esista.

Geniale, non trovate? Ma subito dopo nasce la domanda: io sono stupido?

La solitudine dei numeri primi

Ponza, 22 giugno, circa le 17.00. Leggo l’ultima pagina di questo libro stupendo, che mi ha per lungo tempo sottratto alle bellezze di una breve ma desiderata vacanza e alla compagnia piacevole e spensierata di nuovi amici.

Questa esclusione volontaria ha trovato però un appagamento bello, intenso e malinconico. La storia narrata con maestria (secondo me, ma i giudizi sembrano molto controversi) dall’esordiente Paolo Giordano è coinvolgente, reale, attuale. La vita dei due personaggi del libro viene seguita dall’infanzia fino alla loro età adulta e narra della fatica della vita, dei mostri del passato da cui a volte è impossibile liberarsi, delle tante ferite che tutti portano con se. E poi parla della solitudine, quella vera, quella della vita presente, quella di un universo giovanile che spesso è inafferrabile e difficile da comprendere.

Parla di due numeri primi speciali, quelli che gli studiosi definiscono “primi gemelli”: numeri divisibili solo per se stessi e per uno ma anche separati tra loro da un solo numero (vedi su wikipedia). I due protagonisti sono descritti così, come persone uniche e speciali ma separate e condannate ad non incontrarsi mai.

La storia è drammaticamente reale e lucida. Mi ha lasciato una profonda commozione, un vero coinvolgimento con le vite dei due personaggi, forse perchè vi ho trovato tanti elementi che mi appartengono. Non vi dirò di più, leggetelo e vi ricorderete della magia che solo un libro è in grado di offrire.

Firmino

Un piccolo topolino, tredicesimo di una nidiata nata in una libreria di Boston, che si nutre di libri perchè non riesce a raggiungere le mammelle di una madre troppo distratta ed egoista. Poi si accorge della bellezza dei libri e comincia a leggerli. Si costruisce quindi un mondo tutto suo, in cui interpreta la realtà che lo circonda, anche se non sempre correttamente.

Ne nasce una storia leggera, delicata, ma anche profonda che rispecchia i tanti noi stessi nei vari momenti della nostra vita. A volte capiamo la realtà che ci circonda, le ragioni e i comportamenti dei nostri cari, a volte siamo invece spaesati e cerchiamo di spiegarci ciò che non comprendiamo appieno. Così è Firmino, un ratto come lui stesso di definisce senza capire bene l’accezione negativa che gli umani danno a questo termine, che vive un’esistenza marginale e isolata, ma senza essere condita da recriminazioni, angosce, patemi.

Può essere l’esistenza di tanti noi o almeno la percezione momentanea delle esclusioni, degli abbandoni, degli isolamenti che almeno una volta tutti abbiamo vissuto. E’ facile quindi a tratti immedesimarci, con una punta di malinconia, nel girovagare sconclusionato di questo ratto, nel suo bisogno d’amore, nel desiderio che il mondo si accorga di lui.

Firmino trova infine conforto nella compagnia di uno scrittore/barbone, anche lui consunto da un’esistenza marginale, ma che sa dargli quel calore e quell’affetto che ha sempre cercato. Il finale è poi struggente e malinconico.

Forse, come da più parti è riportato, questo libro è un’intelligente operazione di marketing e l’autore è stato decisamente sopravvalutato. Ma è anche una piccola fiaba sull’esistenza umana e, come in tutte le favole, è bello trattenere per noi quella punta di verità che ci possiamo sempre trovare.

Hagakure (1° parte)

Alcuni giorni fa ho rivisto in televisione Ghost dog: la via del samurai, naturalmente in ora molto tarda perchè è prassi da molto tempo che piccoli gioielli del cinema debbano occupare fasce orarie scomode. Il film mi ha di nuovo impressionato per la sua originalità e per la lettura che offre di alcuni tratti della nostra società (americana, ma non solo). Anche il Morandini ne da, complessivamente, un giudizio positivo (vedi recensione).

Ma non voglio parlare del film, che comunque consiglio caldamente di vedere, quanto del libro che il protagonista legge nel film e che rappresenta il suo codice di vita: Hagakure: il libro segreto dei samurai.

Sull’onda evocativa del film sono andato a cercare il libro a cui il protagonista si ispira e, dopo un po’ di attesa, l’ho comprato ed iniziato a leggere. La lettura, abbastanza facile trattandosi essenzialmente di aforismi estratti dal testo originale (11 volumi), è ancora in corso. Come riporta il libro, la parola Hagakure è composta da due ideogrammi che significano “foglia” e “nascondere”, pertanto il titolo può essere tradotto con l’espressione “nascosto dalle foglie”.

Fa riflettere l’attualità di alcuni affermazioni (il libro è del 1700), la saggezza dei concetti espressi e soprattutto la grande spiritualità che caratterizzava i samurai, una casta di guerrieri.

Ne cito solo un piccolo passo, sperando di invogliare qualcuno a leggerlo:

“Una persona onesta vive in pace e non si avventa sulle cose. Una persona di poco valore non trova pace, ma ovunque vada crea problemi ed è in conflitto con tutto”.

Un problema che sento in questo momento è il conflitto, cioè disporre della saggezza di capire quando questo è positivo e quando invece è un inutile avvitarsi su se stessi.