Fuochi

Ponza, baia di Frontone, 21 giugno 2008. Dopo più di sette giorni, il ricordo di questa piccola, bella ma breve vacanza mi concede ancora frammenti di bellezza e serenità.

Il primo frammento è una sorpresa che ricevo nel momento in cui scarico il contenuto della macchina fotografica digitale sul PC. Ed è un’alba bellissima, catturata a mia insaputa dal nostro valente e mattutino skipper. Il puntino arancione sulla sinistra è probabilmente un semplice riflesso, ma a me piace pensare che questa istantanea sia riuscita a catturare l’arancione tramonto di una luna che lascia spazio ad un nuovo intenso giorno.

Il secondo frammento, meno nitido ma non meno potente, ritrae un istante dell’interminabile esplosione di luci e colori che i ponzesi dedicano al loro santo patrono, San Silverio. Alle 24 circa del giorno prima, in lontananza alcuni preliminari boati ci svegliano dal nostro sonno leggero. Inizialmente ancora con i sensi un po’ intorpiditi, ammiriamo quella narrazione delle forze della natura che sono i fuochi d’artificio. Via via che il sonno ci abbandona, alla bellezza delle immagini si aggiunge la serenità e la gioia del condividere questo lungo momento.

Non riesco a trovare una frase adeguata a misurare l’intensità che mi ha offerto rivedere queste immagini. E’ stato tutto così improvviso, vigoroso, bellissimo …. finalmente un frammento di vera vita.

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Allegro ma non troppo

La vita, si sa, a volte ci offre gratificazioni, a volte è frustrante, spesso è solamente faticosa. Di frequente diventa però irritante quando il tuo percorso incrocia quello della stupidità, non solo delle persone, ma anche delle regole, dei comportamenti, dei pensieri, dei sentimenti.

Mi torna allora in mente che un modo per esorcizzare la stupidità era quello proposto, in un piccolo ma intelligente libro, da Carlo M. Cipolla. E’ uno storico dell’economia che, abbandonando per un momento i panni dello studioso, si tuffa nella vita reale che cerca di interpretare con gli strumenti che gli sono propri.

Ne esce un “divertissement” condito da una buona dose di intelligenza e arguzia. Da approfondire e condividere sono le cinque leggi fondamentali della stipidità umana che sono anche accompagnate da una trattazione “matematica” dei comportamenti umani e dei benefici che essi traggono per se stessi e per la società nel suo complesso. Facile, divertente e profondo.
Vi riporto le cinque leggi, ma vi invito a leggere e regalare questo libro (o almeno consultate la sua trattazione sintetica):

  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione.
  2. La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l’aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia.
  3. Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
  5. La persona stupida é il tipo di persona più pericolosa che esista.

Geniale, non trovate? Ma subito dopo nasce la domanda: io sono stupido?

La solitudine dei numeri primi

Ponza, 22 giugno, circa le 17.00. Leggo l’ultima pagina di questo libro stupendo, che mi ha per lungo tempo sottratto alle bellezze di una breve ma desiderata vacanza e alla compagnia piacevole e spensierata di nuovi amici.

Questa esclusione volontaria ha trovato però un appagamento bello, intenso e malinconico. La storia narrata con maestria (secondo me, ma i giudizi sembrano molto controversi) dall’esordiente Paolo Giordano è coinvolgente, reale, attuale. La vita dei due personaggi del libro viene seguita dall’infanzia fino alla loro età adulta e narra della fatica della vita, dei mostri del passato da cui a volte è impossibile liberarsi, delle tante ferite che tutti portano con se. E poi parla della solitudine, quella vera, quella della vita presente, quella di un universo giovanile che spesso è inafferrabile e difficile da comprendere.

Parla di due numeri primi speciali, quelli che gli studiosi definiscono “primi gemelli”: numeri divisibili solo per se stessi e per uno ma anche separati tra loro da un solo numero (vedi su wikipedia). I due protagonisti sono descritti così, come persone uniche e speciali ma separate e condannate ad non incontrarsi mai.

La storia è drammaticamente reale e lucida. Mi ha lasciato una profonda commozione, un vero coinvolgimento con le vite dei due personaggi, forse perchè vi ho trovato tanti elementi che mi appartengono. Non vi dirò di più, leggetelo e vi ricorderete della magia che solo un libro è in grado di offrire.

Firmino

Un piccolo topolino, tredicesimo di una nidiata nata in una libreria di Boston, che si nutre di libri perchè non riesce a raggiungere le mammelle di una madre troppo distratta ed egoista. Poi si accorge della bellezza dei libri e comincia a leggerli. Si costruisce quindi un mondo tutto suo, in cui interpreta la realtà che lo circonda, anche se non sempre correttamente.

Ne nasce una storia leggera, delicata, ma anche profonda che rispecchia i tanti noi stessi nei vari momenti della nostra vita. A volte capiamo la realtà che ci circonda, le ragioni e i comportamenti dei nostri cari, a volte siamo invece spaesati e cerchiamo di spiegarci ciò che non comprendiamo appieno. Così è Firmino, un ratto come lui stesso di definisce senza capire bene l’accezione negativa che gli umani danno a questo termine, che vive un’esistenza marginale e isolata, ma senza essere condita da recriminazioni, angosce, patemi.

Può essere l’esistenza di tanti noi o almeno la percezione momentanea delle esclusioni, degli abbandoni, degli isolamenti che almeno una volta tutti abbiamo vissuto. E’ facile quindi a tratti immedesimarci, con una punta di malinconia, nel girovagare sconclusionato di questo ratto, nel suo bisogno d’amore, nel desiderio che il mondo si accorga di lui.

Firmino trova infine conforto nella compagnia di uno scrittore/barbone, anche lui consunto da un’esistenza marginale, ma che sa dargli quel calore e quell’affetto che ha sempre cercato. Il finale è poi struggente e malinconico.

Forse, come da più parti è riportato, questo libro è un’intelligente operazione di marketing e l’autore è stato decisamente sopravvalutato. Ma è anche una piccola fiaba sull’esistenza umana e, come in tutte le favole, è bello trattenere per noi quella punta di verità che ci possiamo sempre trovare.

Grotte

L’acqua è fredda e difficile. Cerco di farmi largo tra le barche silenziosamente ormeggiate in una lenta gimkana. Oltrepasso la punta di questo isolotto e affronto la prima grotta.

E’ bellissima. Con un andamento ondulato si stringe lentamente verso l’interno ma conserva comunque una leggera luminosità. Via via anche questo esile chiarore si spegne, si procede annullando il senso visivo e concentrandosi solo su quello tattile. Anche il cielo della grotta si restringe e dispongo solo di pochi centimetri per respirare. Continuo lentamente fin dove possibile verso l’interno, in un buio completo e definito. Ruoto lentamente su me stesso, invertendo la direzione, e lo spettacolo della luce mi appare. Ciò che andando avanti non riuscivo a vedere era la bellezza di quello che mi lasciavo indietro ma che solo inoltrandomi nell’oscurità ho potuto apprezzare: lampi di luci sottomarine, riflessi ondeggianti e in fondo il turchese del mondo.

Un’altra grotta, più difficile. Si presenta come una piccola ferita scura nella roccia e mi attrae proprio perchè all’apparenza insignificante. Il percorso è ancora più angusto e claustrofobico, cerco di infilare il mio corpo in quei pertugi stretti e bui. Mi governa però l’impulso di continuare, come se pensassi di averla scoperta io quella grotta, come se finalmente il percorso mi fosse rivelato. Continuo in spazi sempre più angusti e opprimenti, resi ancora meno agevoli da una costante risacca. Penso che dovrei sentirmi a disagio, in pericolo, ma non sono queste le sensazioni che provo. Aspetto un premio per il mio coraggio, un compenso per la strada intrapresa.

Il premio e il compenso hanno la forma di una sfera di luce smeraldo che splende in lontananza, l’uscita. La luce è tremolante, intensa, ipnotica ma concede calma e serenità: un’uscita esiste, la salvezza è alla mia portata, non bisogna necessariamente tornare indietro e ci si salva anche dall’ignoto. Mi regalo ancora qualche lungo minuto in quello spazio angusto per imprimermi negli occhi quei colori, quel movimento, quei rumori.

Nuotando sulla strada del ritorno due gabbiani, appoggiati sul bordo di una roccia, mi salutano rumorosamente. Nuotando rivivo quelle sensazioni nelle grotte e comprendo come, seppur magnifiche, erano incomplete. Quello che ho visto lo posso raccontare, quello che ho provato lo posso scrivere, la bellezza di quella luce smeraldo la posso disegnare, ma quei momenti non li posso condividere pienamente.

Con quante persone avrei voluto con me in quella grotta. Sono tante, non finiscono più. Condividere è un modo per vivere, è un pezzo di vita, è un dono che offriamo a noi stessi e agli altri.

La terra vista dal mare

E’ la notte del 19 giugno quando lasciamo il porto a bordo di “Kashaya” che in sanscrito significa “passione eterna“. E’ forse solo una coincidenza? La luna proietta una luce che confonde i lineamenti dei miei compagni di viaggio e altera le mie percezioni. La stanchezza di una levataccia si fa sentire e non vuole abbandonarmi. Lentamente navighiamo nel limbo tra due terre, dove l’irritazione del mare per la nostra aliena presenza si sostanzia concretamente.
Finalmente l’isola di Pal(a)marola si mostra. È sempre particolare la terra vista dal mare, ti offre un prospettiva inusuale. La bellezza dei colori che le trasparenze mi offrono ammorbidisce l’inquietudine che ancora mi appartiene, la solidità di questa roccia in mezzo al mare mi concede un possibile approdo.

Nell’acqua gelida. Uno schiaffo al cuore che batte freneticamente, sei stordito ma senti che un po’ di vita reinizia a scorrere. Questo primo bagno non sarà anch’essa una metafora consunta e scontata della mia vita e di quella di molti?

Quanti bagni nell’acqua gelida avremo ancora il coraggio di fare?

Grazie

La mia avventura su questo blog ha origini che sinceramente ancora non ho compreso appieno. Potrei darne una spiegazione forse un po’ teatrale, tipo “…tutto ebbe inizio in un giorno di pioggia, un giorno scuro e buio, come la mia anima di allora. E’ però proprio in quei momenti che, all’improvviso, capisci che forse qualcosa puoi fare per squarciare quel buio….”. Si, decisamente teatrale. Ma con qualche condimento in meno, è andata proprio così.

E ora, alle 23.45 di una sera come tante, riapro questo blog e vedo un numero: “1.024 bolle“. Devo però dire che quella ventina di post che ho scritto nei 18 giorni di vita di questo blog li avevo scritti prevalentemente per me, per fissare in un luogo (fisico o virtuale non so) alcuni pensieri, emozioni, sensazioni e riflessioni. Col passare dei giorni ho però sentito il bisogno di condividere questi scritti con le persone a me più care: e che soddisfazione!

Per un blog che si chiama Millebolle aver superato quota 1.000 rappresenta indubitabilmente una pietra miliare.

Le bolle che conto sono come quelle che si possono vedere alzando la testa verso l’alto durante un’immersione, quando la bellezza del mare visto dalle sue profondità ti rende più sereno e in pace con il mondo. Sono le bolle che ti appartengono ma che rilasci libere nel mare, le bolle che ti hanno permesso di rimanere li a godere di momenti di marina felicità, le bolle che presto rincontrerai.

Le bolle importanti di questo blog siete voi amici miei che avete avuto la curiosità e la pazienza di leggere quello che sento e penso. Grazie a tutti, sinceramente.