Fight Club (1999)

Film e libro bellissimi, contenuti e dialoghi più che mai attuali pur a distanza di dieci anni. Il film lo rivedo sempre molto volentieri e ogni volta scopro qualche dettaglio che mi era sfuggito o qualche nuova inquadratura. Fight Club, come anche il libro (“Fight Club”, Chuck Palahniuk, 1996), è un film molto complesso e caratterizzato da una forte denuncia sociale su temi come la depressione sociale, la rabbia repressa, la solitudine, la società dei consumi, mediata attraverso le alterazioni psichiche del protagonista. Un elemento importante del film è anche la riuscita e accattivante colonna sonora, realizzata dai Dust Brothers.

Alcune citazioni tratte dal film che mi hanno colpito:

[Il protagonista al suo capo, dopo che questi ha trovato una copia delle regole del Fight Club nella fotocopiatrice]

Beh, devo dirglielo, io starei molto molto attento a parlarne con qualcuno, perché la persona che ha scritto questo è pericolosa. E questo pazzo con la camicia Oxford potrebbe anche scoppiare e poi correre di ufficio in ufficio con un’ArmaLite AR-10 carabina a gas potente semi-automatica militare, sparacchiando colpi su colpi su colleghi e superiori. Magari è qualcuno che conosce da anni, qualcuno molto molto vicino a lei. O forse non dovrebbe portarmi ogni pezzo di spazzatura che le capita fra le mani.

[Tyler Durden]

Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d’un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie.

[Tyler Durden]

Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

[Tyler Durden]

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Paura

I militari pattugliano le nostre strade, presidiano gli obiettivi “sensibili”. I rom vengono “censiti”. I giornali calpestano la vita reale e ci offrono quella della paura, dell’insicurezza, dell’angoscia. Dobbiamo metterci al sicuro dallo straniero, dal diverso ma anche da chi ragiona, da chi si oppone. I grandi della terra giocano con la nostra vita a colpi di prime rate, subprime, crisi petrolifere, guerre giuste.

La propaganda dell’insicurezza imperversa in ogni messaggio, in ogni articolo, in ogni intervista.

La paura è e sarà la nuova risposta globale per la crescita dei consumi e il rilancio delle economie occidentali. Forse in molti hanno ormai capito che nel mondo globalizzato, dove la Politica sempre meno può fare (ammesso ne abbia le intenzioni) per orientare l’Economia, l’unica risposta è far leva sulla paura e sull’incertezza.

Chi ha paura vive per l’oggi, consuma adesso, risparmia di meno per un futuro che tanto è sempre più incerto. La paura collettiva è terreno fertile per nuove guerre (giuste?), per l’incremento delle spese militari, per campi di detenzione di staliniana memoria, per la legittimizzazione delle torture, per l’assenza di processi.

E tutto questo non muove l’economia? Non concede profitti inaspettati alle grandi major del mercato mondiale? Non è il brodo in cui sguazzano i numerosi caimani della finanza?

Ma la paura ha conseguenze anche più negative, perché diffuse e ormai sempre più collettive. Ci sottrae un sorriso, ci fa allungare il passo se qualcuno ci chiede qualcosa, ci priva della capacità di ascoltare, non solo i “diversi”, ma anche i nostri “simili”. La paura blocca i sentimenti e tarpa le emozioni, ci restringe la vita, circoscrive sempre di più il nostro mondo.

Allora, quanti punti di prodotto interno lordo siamo disposti a pagare per tutto questo?

Allegro ma non troppo

La vita, si sa, a volte ci offre gratificazioni, a volte è frustrante, spesso è solamente faticosa. Di frequente diventa però irritante quando il tuo percorso incrocia quello della stupidità, non solo delle persone, ma anche delle regole, dei comportamenti, dei pensieri, dei sentimenti.

Mi torna allora in mente che un modo per esorcizzare la stupidità era quello proposto, in un piccolo ma intelligente libro, da Carlo M. Cipolla. E’ uno storico dell’economia che, abbandonando per un momento i panni dello studioso, si tuffa nella vita reale che cerca di interpretare con gli strumenti che gli sono propri.

Ne esce un “divertissement” condito da una buona dose di intelligenza e arguzia. Da approfondire e condividere sono le cinque leggi fondamentali della stipidità umana che sono anche accompagnate da una trattazione “matematica” dei comportamenti umani e dei benefici che essi traggono per se stessi e per la società nel suo complesso. Facile, divertente e profondo.
Vi riporto le cinque leggi, ma vi invito a leggere e regalare questo libro (o almeno consultate la sua trattazione sintetica):

  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione.
  2. La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l’aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia.
  3. Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
  5. La persona stupida é il tipo di persona più pericolosa che esista.

Geniale, non trovate? Ma subito dopo nasce la domanda: io sono stupido?

Un paese moribondo

In un precedente post (Questo non è il mio paese) mi vennero naturali, prendendo spunto da alcuni servizi al telegiornale, alcune considerazioni sui sentimenti che governano le scelte in questo ormai moribondo paese. Moribondo, più che per il difficile ciclo economico o l’assenza di adeguate riforme istituzionali, perchè i sentimenti collettivi e condivisi scarseggiano e il tessuto sociale mi sembra si sfilacci ogni giorno di più.

Ci risiamo. Sarò forse troppo pessimista come alcuni mi fanno notare, sarò forse più colpito dagli episodi negativi come invece altri sottolineano, ma purtroppo rimane la deprimente sostanza di alcuni fatti. Ognuno poi può farne ciò che crede.

Ancora una volta (e siamo ormai al terzo governo Berlusconi) assisto e subisco il pietoso teatrino delle leggi utili solo a sospendere o derogare processi di qualcuno; all’ignobile rappresentazione mediatica di due poteri dello Stato che si scontrano (esecutivo e giudiziario); al meschino uso del potere a fini personali e di una corte di nani e ballerine di socialista memoria. Per chi nei giorni scorsi avesse gioito per l’abolizione dell’ICI sulla prima casa (e magari ne avesse toccato con mano gli effetti) ricordo che questo è il prezzo che dovremo pagare.

A questo aggiungiamo anche il rinvio al 2009 dell’entrata in vigore (era prevista per fine giugno) della “class action“, norma che forse ci avrebbe fatto avvicinare un po’ più alle democrazie anglosassoni.

La scorsa settimana, durante un incontro tra tecnici dell’Europa allargata e mentre mi godevo una meritata pausa sigaretta, di che cosa mi sono dovuto giustificare con il collega bulgaro? Della presenza a capo del nostro governo di un simile personaggio! Chi di voi si ricorda quando Ilona Staller (in arte Cicciolina) fu eletta, nel 1987, deputato del Parlamento italiano? Anche in quell’occasione, come oggi, la cosa per gli osservatori stranieri fu oggetto di scherno e ilarità.

Vi assicuro che ho provato meno imbarazzo nel giustificarmi.

Forse sono anche troppo dure le parole del compianto Giorgio Gaber, ma risentiamole insieme. Fanno riflettere riascoltate oggi (ma sono del 2003).

Questo è il mio paese

Sabato scorso ho scritto parole forse un po’ troppo sfiduciate (ma anche un po’ rancorose) su questa piccola Italia in cui ci dibattiamo ogni giorno, che non possiede il respiro e le prospettive di una società solidale e compassionevole. Ritorno sullo stesso argomento dopo un periodo di assenza forzata.

Voglio però provare a cambiare prospettiva, trovare spunti di futuro, tentare di essere più confidente sulle risorse di questa nostra Italia. Le parole di persone care, e forse anche più sagge di me, mi hanno fatto riflettere a lungo sulle ragioni di questa sfiducia e al contempo mi hanno offerto lo stimolo a ricercare meglio, a dare il giusto peso ai fatti, anche a quelli oggettivamente negativi. Gli spunti che ho trovato sono stati ben due.

Il primo è la storia di un’esperienza di eccellenza, la realizzazione del più grande e tecnologico telescopio mai realizzato che, montato sul satellite Glast, è stato lanciato da Cape Canaveral l’11 giugno. Ebbene nella realizzazione di questo telescopio l’Italia, ed in particolare il dipartimento di fisica dell’Università di Pisa e l’INFN, hanno giocato un ruolo determinante; ancor più importante è stato invece il ruolo delle nostre intellligenze e delle nostre risorse. Cito dall’articolo de “Il Tirreno” del 1 giugno 2008 (vedi articolo integrale):

«In totale – spiega Bellazzini – tra Università di Pisa con il suo dipartimento di fisica e l’Infn, hanno lavorato al progetto 23 giovani con un’età che va dai 27 ai 32 anni». Alla domanda seguente, e cioè quanto guadagnano queste persone, il prof. Bellazzini risponde con una punta di comprensibile rammarico: «Poco più o poco meno di 1.000 euro. E pensare che sono loro l’anima operativa del progetto e proprio questi giovani fisici, neolaureati, dottorandi, ingegneri e ricercatori hanno dovuto risolvere problematiche mai affrontate al mondo».

Ogni ulteriore commento sembrerebbe superfluo.

Il secondo spunto mi viene invece da una storia bella, raccontata oralmente come si faceva un tempo, usando le parole con cui poi queste storie si ammantavano di un velo di magia. E’ la storia di una eroina dei nostri giorni, di una delle tante persone che con il loro coraggio quotidiano sanno fare del loro lavoro un’esperienza straordinaria per se stessi e per le persone che hanno avuto la fortuna di incrociare i loro passi in questa esistenza.

E’ la storia di una professoressa di frontiera, che ha quotidianamente regalato il proprio sapere facendone una missione di vita, che ha operato in contesti sociali marginali e difficili, che ha fatto dei campi rom un luogo sicuro, che ha coinvolto tutti con il prezioso dono dell’accoglienza. Ma soprattutto è la storia di una donna che, quando la sua esperienza professionale ha avuto termine, ha saputo far bagnare di lacrime gli occhi di un ragazzo.

Il mio Paese è quello di queste due storie ed è con questo Paese che voglio parlare.

Questo non è il mio Paese

Ultimamente vedo raramente i telegiornali e ho quasi smesso di leggere i quotidiani, un po’ perchè distratto da altri interessi, un po’ perchè ormai profondamente deluso per come questo paese sta reagendo ai mille problemi che lo assalgono.

Oggi faccio l’errore di vedere il TG1 delle 13.30. Inizio distrattamente a seguire le notizie. Mi colpiscono le dichiarazione del nostro Ministro della giustizia Angelino (il nome è già una contraddizione) Alfano che usa parole come prendere atto della realtà, responsabilità, deterrente, riferendosi al problema dell’immigrazione in Italia. Si discorre amabilmente sull’introduzione del reato di immigrazione clandestina.

Subito dopo parte il servizio sull’ultimo atto di un dramma sociale e umano: 13 corpi recuperati nel mare della Sicilia (ma potrebbero essere più di 20), 27 persone salvate dai nostri militari. Le immagini inquadrano prima le donne, poi gli uomini. Hanno tutti visi spenti, doloranti, pieni di angosce che non riusciamo minimamente ad immaginarci, fatte di soprusi, fame, angherie, violenze, malattie. Il servizio si chiude insulsamente con inutili dettagli tecnici.

Ciliegina sulla torta, la dichiarazione di Bossi che afferma che il reato di immigrazione clandestina rappresenta un muro al problema, risponde l’opposizione che il nuovo reato non serve a combattere il fenomeno!

Come è possibile affermare che è reato scegliere di sopravvivere!

Ma dove sono finiti gli “italiani, brava gente” che tutte le truppe di occupazione hanno conosciuto? Dove sono finiti gli italiani che hanno sofferto l’occupazione nazista, le stragi fasciste, le sofferenze dei bombardamenti, la fame e il dolore? Dove sono finiti quei poveri diavoli che hanno lasciato le loro famiglie per cercare lavoro nelle fabbriche tedesche o nei ristoranti svizzeri? Dove è finito quel Mezzogiorno d’Italia che sta di nuovo diventando terra di emigrazione?

Cerco, ma non trovo risposte. La compassione non sembra più appartenerci. La tolleranza non ha più dimora. Povera Patria! Franco Battiato la cantava già nel 1991!