Un’altra vita è possibile (?)

Mi sento di voler fare un elogio al cambiamento, un elogio a tutte le persone coraggiose che cercano e trovano nuove strade, che ci aiutano a riflettere. Un’altra vita è possibile. Un’altra vita è sicuramente possibile.

Quante sono le volte che ci fermiamo a pensare sul lento ma inesorabile scorrere della nostra vita, sui nostri veri desideri, sulle nostre vere aspirazioni. Il perverso meccanismo lavoro-consumo-lavoro oscura il nostro sé, ci asciuga la nostra vera linfa vitale che sono l’amore, la famiglia, le amicizie ma anche cose semplici e belle come un tramonto, una passeggiata al sole, piccoli momenti di sano ozio e riflessione. Voglio anche ricordare, e ribadirlo con forza anche a me stesso, che l’uomo è un animale sociale e proprio dalla sua socialità trae forza e volontà di crescere.

Stiamo uccidendo lentamente questo bisogno di socialità, annegandolo in un brodo mefitico di false necessità, di falsi modelli, di fantasiose aspettative. Non sarà il prossimo multimilionario jackpot che risolverà la nostra esistenza, non saranno i successi lavorativi che riempiranno i nostri vuoti e non sarà l’acquisto dell’ultimo oggetto di culto che renderà la nostra vita più armoniosa.

Per questo è necessario cambiare o almeno cercare di introdurre nella nostra vita piccoli ma importanti aggiustamenti di rotta.

Cominciamo dai grandi cambiamenti. Il più ambizioso e il più complicato è quello di modificare i tempi della nostra vita, in particolare cercare di sottrarre tempo al lavoro e restituirlo a noi stessi. Facile a dirsi direbbe la stragrande maggioranza di noi (me compreso) e infatti sarebbe un “grande cambiamento”, in pochi ce l’hanno veramente fatta. Ma rosicchiare prima minuti, poi magari ore al lavoro dovrebbe essere il nostro mantra quotidiano.

E ora passiamo ai piccoli cambiamenti.

1) Apriamo il nostro armadio e contiamo il numero di capi di vestiario di cui disponiamo; dividiamoli in due gruppi: usati spesso e usati una sola volta nel corso dell’anno (oppure mai). E’ probabile che il secondo gruppo sia più consistente del primo. Risultato: possiamo svuotare i nostri armadi (e quindi non ne dobbiamo comprare di più grandi) e possiamo rimandare nuovi acquisti.

2) Apriamo ora il frigorifero; sarà molto probabilmente pieno di prodotti non ancora utilizzati o utilizzati solo parzialmente che, prima o poi, saremmo costretti a buttare. Avevamo bisogno di tutto questo cibo? Probabilmente no e quindi dovremmo acquistare con più oculatezza e nelle giuste quantità, scegliendo sempre prodotti di stagione

3) Passiamo alla libreria e contiamo i libri non ancora letti; il risultato più probabile è che per quest’anno non abbiamo bisogno di nuovi libri.

4) Facciamo quotidinamente la raccolta differenziata dei rifiuti anche se i cassonetti sono lontani? No? Proviamo a farla solo per una settimana e non smetteremo più dopo aver misurato la quantità di rifiuti che potrebbero essere reciclati.

5) Un ultimo sforzo, passiamo in rassegna tutti gli altri oggetti più o meno utili che teniamo in casa; quanti di questi hanno un vero utilizzo e un’utilità per noi (materiale e/o affettiva). Anche in questo caso facciamo due mucchietti e liberiamoci di uno di questi.

Ma serve tutto questo? Si e anche molto. Ci rende più consapevoli su cosa realmente ci è utile, ci rende più leggeri (liberarsi delle cose ha un effetto terapeutico), ci consente di acquisire più spazio, ci permette di esercitarci a capire quali siano le nostre vere priorità.

Voglio fare un ultima osservazione a corollario di quanto detto. Non aspettiamoci che qualcuno ci offra un nuovo modello di vita che restituisca il giusto valore all’uomo e quindi a noi stessi; non coltiviamo l’assurda speranza che questo “sistema”, basato sul consumo, sullo spreco e sul depauperamento del nostro ecosistema, si autoriformi. Facciamolo noi, proponiamo un nuovo modo di vedere le cose, mettiamo in pratica piccoli cambiamenti, contagiamo i nostri cari con una nuova consapevolezza.

Ma come sono bravo e quante belle cose ho scritto! Ma quante di queste cose ho già fatto e sono in grado di fare? Mi sono accorto che avevo iniziato a scrivere questo articolo quasi un anno fa e se devo fare un bilancio questo non può che essere disastroso. Ma ci penso continuamente, vorrei avere il tempo e la forza per applicare questi piccoli e grandi gesti quotidiani; qualcosa ho fatto, ma non ancora abbastanza.

Un libro interessante, e provocatorio come solo le storie vissute in prima persona possono essere, è: “Io non Compro. Un anno senza acquisti: un’esperienza per riflettere sul potere del mercato” di Judith Levine, editore Ponte delle Grazie, 2006. Lo consiglio a tutti.

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Fight Club (1999)

Film e libro bellissimi, contenuti e dialoghi più che mai attuali pur a distanza di dieci anni. Il film lo rivedo sempre molto volentieri e ogni volta scopro qualche dettaglio che mi era sfuggito o qualche nuova inquadratura. Fight Club, come anche il libro (“Fight Club”, Chuck Palahniuk, 1996), è un film molto complesso e caratterizzato da una forte denuncia sociale su temi come la depressione sociale, la rabbia repressa, la solitudine, la società dei consumi, mediata attraverso le alterazioni psichiche del protagonista. Un elemento importante del film è anche la riuscita e accattivante colonna sonora, realizzata dai Dust Brothers.

Alcune citazioni tratte dal film che mi hanno colpito:

[Il protagonista al suo capo, dopo che questi ha trovato una copia delle regole del Fight Club nella fotocopiatrice]

Beh, devo dirglielo, io starei molto molto attento a parlarne con qualcuno, perché la persona che ha scritto questo è pericolosa. E questo pazzo con la camicia Oxford potrebbe anche scoppiare e poi correre di ufficio in ufficio con un’ArmaLite AR-10 carabina a gas potente semi-automatica militare, sparacchiando colpi su colpi su colleghi e superiori. Magari è qualcuno che conosce da anni, qualcuno molto molto vicino a lei. O forse non dovrebbe portarmi ogni pezzo di spazzatura che le capita fra le mani.

[Tyler Durden]

Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d’un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie.

[Tyler Durden]

Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

[Tyler Durden]

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Adesso basta

“Adesso basta” è un bel libro, forse anche per il suo sottotitolo che evoca aspirazioni che tutti, possiamo certamente dirlo, abbiamo: “Lasciare il lavoro e cambiare vita”. Leggerlo è stato istruttivo e piacevole, stimola riflessioni, su se  stessi, sulla vita che facciamo. Ma soprattutto ti fa nascere qualche domanda importante: mi sto prendendo sufficentemente cura di me e della mia vita? Fare quello che faccio mi rende una persona felice? Ho/sto realizzando i miei sogni?

Dopo aver letto (anzi divorato) questo bel libro ho voluto verificare se il racconto orale mi avrebbe fatto lo stesso effetto del racconto scritto. Simone Perotti ha presentato (o meglio raccontato) il suo libro ieri in una libreria romana ed è stato veramente piacevole ed istruttivo sentirsi raccontare la sua personale esperienza.
Mi hanno colpito in particolare due cose di quello che, molto amabilmente e sinceramente, ci ha raccontato.
La prima è stata la sua riflessione sul sogno (quello concreto e realizzabile), senza il quale mi pare di capire scelte come la sua non avrebbero senso. Ebbene, credo che è proprio la vita che molti di noi conducono, le scelte più o meno consapevoli che abbiamo fatto, le regole che dobbiamo seguire, la responsabile dell’assenza o della morte di quel sogno. Riprendere in mano e rendere di nuovo vivo il sogno di ognuno credo sia il primo passo, forse il più duro da fare.
L’altro aspetto del racconto che mi ha sollecitato altre riflessioni è quello dell’ottimismo; lui si è dichiarato apertamente ottimista. Molti dei presenti, ed io stesso, credo siano sobbalzati a fronte di una dichiarazione così semplice e al tempo stesso così “rivoluzionaria”. Quanto esercizio e disciplina è necessaria per essere un ottimista “praticante”, cioè qualcuno che vive e opera quotidianamente con ottimismo? A tale proposito mi viene in mente una frase di Voltaire che ho appeso ad un lato della mia scrivania in ufficio e che quindi leggo tutti i giorni: “La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore”.
Ma anche se faticoso, e a volte sembra addirttura impossibile, credo anch’io che un approccio ottimista sia l’unica vera via d’uscita per rendere questa nostra vita un po’ più autentica e piacevole. Ho apprezzato questo lavoro letterario e credo offrirà a molti l’opportunità di riflettere profondamente su questi temi, se non addirittura una spinta decisiva a “lasciare il lavoro e cambiare vita”. Io ci sto provando.