La briscola in cinque

Marco Malvaldi, scrittore al suo primo lavoro, costruisce la trama di questo giallo gradevole e ben fatto attorno ad alcuni elementi originali. Troviamo, in primo luogo, una simpatica combriccola di pensionati che, attraverso colorite espressioni tipiche dello humor toscano, supportano con chiacchere, discussioni e litigi il lavoro di un investigatore improvvisato, svogliato ma perspicace.

La briscola in cinque

L’investigatore improvvisato è il barista del BarLume, bar dell’immaginario paese di Pineta nei dintorni di Livorno, dove i simpatici vecchietti hanno stabilito fissa dimora. Condiscono il racconto variegati personaggi come il commissario di polizia presuntuoso e incompetente, i P.R. delle megadiscoteche del litorale, personalità di una società troppo ricca e annoiata.

Un libro piacevole, scorrevole e ben scritto. A tratti fa rivivere le ambientazioni della migliore Fred Vargas.

Firmino

Un piccolo topolino, tredicesimo di una nidiata nata in una libreria di Boston, che si nutre di libri perchè non riesce a raggiungere le mammelle di una madre troppo distratta ed egoista. Poi si accorge della bellezza dei libri e comincia a leggerli. Si costruisce quindi un mondo tutto suo, in cui interpreta la realtà che lo circonda, anche se non sempre correttamente.

Ne nasce una storia leggera, delicata, ma anche profonda che rispecchia i tanti noi stessi nei vari momenti della nostra vita. A volte capiamo la realtà che ci circonda, le ragioni e i comportamenti dei nostri cari, a volte siamo invece spaesati e cerchiamo di spiegarci ciò che non comprendiamo appieno. Così è Firmino, un ratto come lui stesso di definisce senza capire bene l’accezione negativa che gli umani danno a questo termine, che vive un’esistenza marginale e isolata, ma senza essere condita da recriminazioni, angosce, patemi.

Può essere l’esistenza di tanti noi o almeno la percezione momentanea delle esclusioni, degli abbandoni, degli isolamenti che almeno una volta tutti abbiamo vissuto. E’ facile quindi a tratti immedesimarci, con una punta di malinconia, nel girovagare sconclusionato di questo ratto, nel suo bisogno d’amore, nel desiderio che il mondo si accorga di lui.

Firmino trova infine conforto nella compagnia di uno scrittore/barbone, anche lui consunto da un’esistenza marginale, ma che sa dargli quel calore e quell’affetto che ha sempre cercato. Il finale è poi struggente e malinconico.

Forse, come da più parti è riportato, questo libro è un’intelligente operazione di marketing e l’autore è stato decisamente sopravvalutato. Ma è anche una piccola fiaba sull’esistenza umana e, come in tutte le favole, è bello trattenere per noi quella punta di verità che ci possiamo sempre trovare.

Questo è il mio paese

Sabato scorso ho scritto parole forse un po’ troppo sfiduciate (ma anche un po’ rancorose) su questa piccola Italia in cui ci dibattiamo ogni giorno, che non possiede il respiro e le prospettive di una società solidale e compassionevole. Ritorno sullo stesso argomento dopo un periodo di assenza forzata.

Voglio però provare a cambiare prospettiva, trovare spunti di futuro, tentare di essere più confidente sulle risorse di questa nostra Italia. Le parole di persone care, e forse anche più sagge di me, mi hanno fatto riflettere a lungo sulle ragioni di questa sfiducia e al contempo mi hanno offerto lo stimolo a ricercare meglio, a dare il giusto peso ai fatti, anche a quelli oggettivamente negativi. Gli spunti che ho trovato sono stati ben due.

Il primo è la storia di un’esperienza di eccellenza, la realizzazione del più grande e tecnologico telescopio mai realizzato che, montato sul satellite Glast, è stato lanciato da Cape Canaveral l’11 giugno. Ebbene nella realizzazione di questo telescopio l’Italia, ed in particolare il dipartimento di fisica dell’Università di Pisa e l’INFN, hanno giocato un ruolo determinante; ancor più importante è stato invece il ruolo delle nostre intellligenze e delle nostre risorse. Cito dall’articolo de “Il Tirreno” del 1 giugno 2008 (vedi articolo integrale):

«In totale – spiega Bellazzini – tra Università di Pisa con il suo dipartimento di fisica e l’Infn, hanno lavorato al progetto 23 giovani con un’età che va dai 27 ai 32 anni». Alla domanda seguente, e cioè quanto guadagnano queste persone, il prof. Bellazzini risponde con una punta di comprensibile rammarico: «Poco più o poco meno di 1.000 euro. E pensare che sono loro l’anima operativa del progetto e proprio questi giovani fisici, neolaureati, dottorandi, ingegneri e ricercatori hanno dovuto risolvere problematiche mai affrontate al mondo».

Ogni ulteriore commento sembrerebbe superfluo.

Il secondo spunto mi viene invece da una storia bella, raccontata oralmente come si faceva un tempo, usando le parole con cui poi queste storie si ammantavano di un velo di magia. E’ la storia di una eroina dei nostri giorni, di una delle tante persone che con il loro coraggio quotidiano sanno fare del loro lavoro un’esperienza straordinaria per se stessi e per le persone che hanno avuto la fortuna di incrociare i loro passi in questa esistenza.

E’ la storia di una professoressa di frontiera, che ha quotidianamente regalato il proprio sapere facendone una missione di vita, che ha operato in contesti sociali marginali e difficili, che ha fatto dei campi rom un luogo sicuro, che ha coinvolto tutti con il prezioso dono dell’accoglienza. Ma soprattutto è la storia di una donna che, quando la sua esperienza professionale ha avuto termine, ha saputo far bagnare di lacrime gli occhi di un ragazzo.

Il mio Paese è quello di queste due storie ed è con questo Paese che voglio parlare.