Bookshifting

librovespa

Ieri, in una delle rare volte che riesco a seguire una trasmissione radiofonica in macchina, mi è capitato di ascoltare (Radio24) l’intervista ad un signore, di cui  però non ricordo il nome, di professione libraio e gestore dell”Aleph”, una libreria di Milano. Costui è rimbalzato nelle cronache dei blog (vedi1, vedi2), e successivamente anche dei media (Il gazzettino, Libero, ecc.), grazie ad un cartello originale esposto all’entrata della sua libreria e che recita “In questa libreria non vi vende il libro di Bruno Vespa“.

Un messaggio semplice ed inequivocabile nelle intenzioni, mi pare. Infatti la ragione di questa scelta, al contrario di quanto si legge sui commenti presenti nei blog, sta semplicemente nel voler manifestare il proprio e personale dissenso verso la contestabile scelta di Silvio Berlusconi di aver utilizzato l’ultima “fatica letteraria” di Bruno Vespa per rispondere alle famose 10 domande del quotidiano La Repubblica. (vedi) L’intento di questo signore mi è sembrato sincero e l’obiettivo concreto, tra l’altro condiviso in maniera naturale e spontanea anche dai suoi collaboratori. Veramente un bel gesto di responsabilità “politica”.

PS Nel corso dell’intervista l’intervistato stima inoltre che i mancati guadagni (non vendite) che ne sono derivati ammonterebbero ad oltre 1.000 euro….e non mi sembra cosa da poco.

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Fight Club (1999)

Film e libro bellissimi, contenuti e dialoghi più che mai attuali pur a distanza di dieci anni. Il film lo rivedo sempre molto volentieri e ogni volta scopro qualche dettaglio che mi era sfuggito o qualche nuova inquadratura. Fight Club, come anche il libro (“Fight Club”, Chuck Palahniuk, 1996), è un film molto complesso e caratterizzato da una forte denuncia sociale su temi come la depressione sociale, la rabbia repressa, la solitudine, la società dei consumi, mediata attraverso le alterazioni psichiche del protagonista. Un elemento importante del film è anche la riuscita e accattivante colonna sonora, realizzata dai Dust Brothers.

Alcune citazioni tratte dal film che mi hanno colpito:

[Il protagonista al suo capo, dopo che questi ha trovato una copia delle regole del Fight Club nella fotocopiatrice]

Beh, devo dirglielo, io starei molto molto attento a parlarne con qualcuno, perché la persona che ha scritto questo è pericolosa. E questo pazzo con la camicia Oxford potrebbe anche scoppiare e poi correre di ufficio in ufficio con un’ArmaLite AR-10 carabina a gas potente semi-automatica militare, sparacchiando colpi su colpi su colleghi e superiori. Magari è qualcuno che conosce da anni, qualcuno molto molto vicino a lei. O forse non dovrebbe portarmi ogni pezzo di spazzatura che le capita fra le mani.

[Tyler Durden]

Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d’un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie.

[Tyler Durden]

Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

[Tyler Durden]

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Adesso basta

“Adesso basta” è un bel libro, forse anche per il suo sottotitolo che evoca aspirazioni che tutti, possiamo certamente dirlo, abbiamo: “Lasciare il lavoro e cambiare vita”. Leggerlo è stato istruttivo e piacevole, stimola riflessioni, su se  stessi, sulla vita che facciamo. Ma soprattutto ti fa nascere qualche domanda importante: mi sto prendendo sufficentemente cura di me e della mia vita? Fare quello che faccio mi rende una persona felice? Ho/sto realizzando i miei sogni?

Dopo aver letto (anzi divorato) questo bel libro ho voluto verificare se il racconto orale mi avrebbe fatto lo stesso effetto del racconto scritto. Simone Perotti ha presentato (o meglio raccontato) il suo libro ieri in una libreria romana ed è stato veramente piacevole ed istruttivo sentirsi raccontare la sua personale esperienza.
Mi hanno colpito in particolare due cose di quello che, molto amabilmente e sinceramente, ci ha raccontato.
La prima è stata la sua riflessione sul sogno (quello concreto e realizzabile), senza il quale mi pare di capire scelte come la sua non avrebbero senso. Ebbene, credo che è proprio la vita che molti di noi conducono, le scelte più o meno consapevoli che abbiamo fatto, le regole che dobbiamo seguire, la responsabile dell’assenza o della morte di quel sogno. Riprendere in mano e rendere di nuovo vivo il sogno di ognuno credo sia il primo passo, forse il più duro da fare.
L’altro aspetto del racconto che mi ha sollecitato altre riflessioni è quello dell’ottimismo; lui si è dichiarato apertamente ottimista. Molti dei presenti, ed io stesso, credo siano sobbalzati a fronte di una dichiarazione così semplice e al tempo stesso così “rivoluzionaria”. Quanto esercizio e disciplina è necessaria per essere un ottimista “praticante”, cioè qualcuno che vive e opera quotidianamente con ottimismo? A tale proposito mi viene in mente una frase di Voltaire che ho appeso ad un lato della mia scrivania in ufficio e che quindi leggo tutti i giorni: “La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore”.
Ma anche se faticoso, e a volte sembra addirttura impossibile, credo anch’io che un approccio ottimista sia l’unica vera via d’uscita per rendere questa nostra vita un po’ più autentica e piacevole. Ho apprezzato questo lavoro letterario e credo offrirà a molti l’opportunità di riflettere profondamente su questi temi, se non addirittura una spinta decisiva a “lasciare il lavoro e cambiare vita”. Io ci sto provando.

Il fiore di Angela

Ho avuto la fortuna e l’opportunità di visitare un paese magico e spirituale come lo Sri Lanka, portando con me la voce e lo sguardo di Angela sempre nel cuore. L’ho ritrovata in ogni albero, in ogni tempio, in ogni sorriso e il suo viso mi ha teneramente e dolcemente accompagnato lungo la strada.
Ma per esserle più vicino e più vicino a tutti voi che nello stesso momento la ricordavate con affetto e amore, ho voluto pregare per lei in un tempio e  qui, come tutte le altre persone in preghiera, donarle un fiore. Il fiore di Angela l’ho posato lì tra tanti altri, donati da uomini e donne che credono nello spirito dell’uomo. Angela respirava lo spirito dell’uomo, riuscendo a trasformarlo in divino.

Il fiore di Angela

Angela esiste

Questa lettera ho potuto scriverla quando Angela era ancora con noi.

Cara Angela, sono giorni che ti penso, che vorrei chiamarti, che vorrei starti vicino ma il rispetto che ho per te mi contiene. Penso anche a quale sia il modo corretto per comunicare in questo momento così difficile, ma mi accartoccio sui miei stessi pensieri, continuamente, e non riesco a trovare la via giusta per affrontare il dolore di questo tempo. Comprendo che ogni parola può essere inconsistente, ogni considerazione superflua, ogni pensiero inopportuno. Che possibilità ho io di cogliere le profondità e le fatiche che stai vivendo?
Ma, al tempo stesso, non voglio che tutto ciò sia l’alibi per rinunciare a cercare di contattare la profondità della tua anima, quella di una persona speciale; da te ho tanto ricevuto da quando ho avuto il privilegio di condividere momenti così importanti per me e spero di soddisfazione anche per te.
Allora mi sono detto che forse l’unico linguaggio che posso utilizzare e che suoni tangibile è quello del calore dell’amicizia e dell’amore. Forse non siamo riusciti a frequentarci con l’intensità che avrei voluto ma ho cercato di seguire il più possibile i tuoi passi decisi in questo mondo incerto. Ho letto i tuoi scritti, ho parlato di te e con te, ho vissuto anche con le parole degli altri.
Ho ancora impresso, nel mio cuore più che nella mia mente, l’imbrunire sul tuo lago, le luci che pian piano si facevano strada nell’oscurità in quella magica sera d’estate. Ma tuttora, ancor più indelebile è il tranquillo incedere delle tue parole che, lentamente ma inesorabilmente, scioglievano nodi e incertezze che portavo come una zavorra da troppo tempo. Quei momenti con te sono stati proprio belli!
Bello è stato anche incontrarti negli appuntamenti di Collevecchio mentre seminavi amore e tranquillità, ma anche guardare con stupore, come in un indecifrabile processo alchemico, la tua capacità di far affiorare e catalizzare la bellezza e l’unicità di ognuno di noi. In quei momenti, isolato in quell’eremo magico, mi sono sentito in pace con me stesso e con gli altri. Ma mi sono sentito anche colmo dell’orgoglio di essere tuo amico e di aver percorso un tratto di strada con te accanto. Quante volte mi son detto: ho conosciuto un’anima superiore, un vero angioletto sulla terra.
Leggo e rileggo ora quanto ho scritto e sono di nuovo colto dall’incertezza ma so che tu, invece, sei già arrivata all’essenza del messaggio. Le parole che ti dedico vogliono essere la testimonianza di un amore puro e sincero per te, la mia scrittura sbilenca spero non indebolisca l’amicizia e l’affetto che ci lega. Con una punta di arroganza mi piacerebbe sentirmi di casa in una minuscola porzione del tuo grande cuore.
Ti voglio bene. S.

La geografia dei diritti

Questa volta i molti giorni di assenza dall’ultimo post sono giustificati da un breve ricovero fatto per accertamenti presso una struttura di Milano. Niente di grave o preoccupante, solo la necessità di capire perchè avessi una così cattiva qualità del sonno ed eventualmente individuare qualche soluzione.

Ma non è di questo che è necessario parlare. Questa breve esperienza diretta mi ha fatto di nuovo riflettere sulle “distanze” civili che ancora separano le diverse aree del nostro (s)fortunato paese e come, soprattutto sulle necessità primarie della gente, ancora permangono forti le diversità geografiche.

Ho avuto la fortuna di essere ricoverato in una struttura probabilmente di eccellenza (il San Raffaele di Milano) dove la qualità dell’assistenza, ed in particolare quella residenziale, è di estrema qualità. I pazienti non devono subire estenuanti attese per un’esame medico, vengono trattati con gentilezza, soprattutto vengono informati. Gli ambienti sono puliti, curati, organizzati. Dal punto di vista medico tutto sembra fatto con scrupolo, con attenzione, con curiosità.

E’ vero, sono stato forse molto fortunato. Basta però scendere poche centinaia di chilometri lungo lo stivale per rendersi conto immediatamente che aspettarsi simili trattamenti è pura illusione. Ho ancora in mente il degrado, dato dall’incuria e dal disinteresse, dei sotterranei del Policlinico di Roma; ho in mente le file interminabili alla ASL, le risposte sgarbate e scocciate del personale sanitario, la qualità spesso approssimativa delle cure prescritte.

Capisco che il problema è molto più complesso di come lo sto descrivendo e che le obiezioni a questi ragionamenti possono essere tante. Ma al momento ho in mente soprattutto le persone più deboli, le persone anziane, le persone prostate psicologicamente dal dolore e dalla malattia e mi domando che diritti alla cura (e quindi che diritti di cittadinanza) possono esercitare se hanno avuto la sfortuna di risiedere “geograficamente più in basso” nella scala dei diritti.

E’ innegabile che un paese che non consenta a tutti i suoi cittadini di usufruire della medesima assistenza non può dirsi né civile, né democratico, soprattutto se l’esistenza di tali divari persiste nel tempo, oltre che nello spazio. Io ho meno diritti (o comunque meno possibilità di usufruirne) di un concittadino che vive a Milano, e ancor meno ne hanno quelli che vivono a Palermo o a Crotone.

Aggiungo anche una nota comica. Alla fine della degenza mi è stato prescritto l’uso di un apparecchio. Ebbene anche le regole per disporre di tale apparecchio sono diverse tra una ASL di Milano e una di Roma, ma non solo. Anche nell’eventualità che l’avessi acquistato privatamente, il prezzo comunicatomi dalla medesima ditta è diverso tra Milano e Roma!

Dopo la geografia dello sviluppo, la geografia dei poteri, la geografia culturale saremo mestamente costretti a disegnare anche la geografia dei diritti. Naturalmente aspettando con ansia gli effetti del federalismo fiscale……



Life must go on in Gaza and Sderot

Questo è un blog per il dialogo, per la pace, per la verità (vi prego di leggerlo).

E’ un blog scritto da due amici (hopeman e peaceman) che vivono nelle zone martoriate di Gaza e Israele, in due luoghi distanti pochi chilometri ma inesorabilmente divisi dal nulla della guerra, dell’ingiustizia, della malvagità, dei massacri.

Eppure parlano, dialogano, inviano faticosi messaggi di speranza. Tutto nonostante quello che sta accadendo e che le immagini documentano con agghiacciante realismo (vedi).

Un prezioso insegnamento per tutti noi.

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